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Di Aroldo  la classe ha potuto riportare alla luce la storia e la memoria attraverso un percorso di ricerca archivistica condotto in quattro pomeriggi di studio presso la sede dell’Istituto storico reggiano. A conclusione del laboratorio, proprio nella mattinata di lunedì 27 Gennaio, è poi avvenuta la  “ posa della pietra d’inciampo “. Le “pietre d’inciampo”, piccole targhe in ottone poste su sanpietrini, rappresentano un monumento alla memoria che l’artista berlinese Gunther Demnig dal 1995 inserisce nel tessuto urbanistico cittadino davanti all’ultima abitazione scelta liberamente da uomini e donne di ogni nazionalità, a vario titolo vittime del fascismo e del nazismo.  Durante la  posa i ragazzi hanno letto alla cittadinanza gli  elaborati composti grazie al  lavoro di preparazione  dei mesi precedenti. Infine il sindaco, un ragazzo di 4°D e un ragazzo del gruppo Turismo hanno posato insieme la pietra dedicata ad Aroldo. La cerimonia è stata altamente significativa per ognuno dei presenti poiché  ha fatto apprendere come a distanza di settantacinque anni, persone che hanno avuto un destino cancellato dall’odio e dall’indifferenza, possano rivivere attraverso  le emozioni che la loro storia riesce a suscitare: per il coraggio nel difendere gli ideali di libertà, per il sacrificio della vita o degli affetti più cari, per la determinazione nel rifiutarsi di piegare la testa, per l’ideale di lealtà verso i compagni o semplicemente per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. La cerimonia  ha  risvegliato  le coscienze, ha mosso i pensieri verso la gratitudine per ciò che è stato fatto anche per noi; ha ricordato a tutti la responsabilità di divenire sentinelle perché eventi del genere non debbano mai più verificarsi.

Matteo Sidoli, Debora Zanni 4 D classico

INTRODUZIONE: LE PIETRE D'INCIAMPO

Nel secolo scorso, uomini e donne si sono scontrati con la dura realtà del fascismo e del nazismo. Noi ragazzi abbiamo lavorato negli ultimi mesi per estrapolare dai documenti storici la vita di una delle persone che sono morte per la libertà, l'uguaglianza e la giustizia. Ci siamo cimentati nella sfida di studiare la storia con un metodo alternativo da quello scolastico. Questo è il progetto al quale abbiamo lavorato: il Percorso delle Pietre d'Inciampo. Questa iniziativa ha preso piede a Colonia nel 1995 ed è stata diffusa dall'artista berlinese Gunther Demning nell'intera Europa. Le Pietre d'Inciampo sono piccoli monumenti, targhette in ottone, poste di fronte all'ultima abitazione delle vittime, liberamente scelta, sulle quali sono incisi i dati biografici più importanti delle lore vite. Il nostro intento è stato quello di riesumare l'identità di uno dei deportati, la cui dignità era stata schiacciata da una mentalità di ideali oppressivi. La Pietra fa inciampare su una storia, simbolicamente, e dovrebbe fare ricordare chi ora non c'è più perchè si è battuto fino alla fine per un pensiero di libertà di cui era fermamente convinto.

Matilde Ruini 4D classico

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BIOGRAFIA DI AROLDO MONTANARI

Aroldo Montanari nacque il 10 Gennaio 1916 a Correggio, in una modesta famiglia di lavoratori, composta da Saulle Montanari e Elena Salati. Si trasferì in via Emilia all’ospizio 52 RE, assieme alla moglie Lidia Pancaldi, dalla quale ebbe una figlia.

Svolse prevalentemente il mestiere di barbiere ed operaio, inoltre fu spesso richiamato alle armi, finchè l’ 8/9/43 disertò e, spinto da un forte desiderio di libertà, sposò la causa partigiana, sotto il nome di Nando.

 Nell’aprile del 44 aderì alle formazioni partigiane di Villa Sesso per poi spostarsi in montagna. Appena tre mesi dopo si spostò in montagna ed entrò nella 144^ Brigata Garibaldi, dove si guadagnò la stima dei suoi compagni e superiori, ottenendo la nomina di commissario del distaccamento Amendola. Il 21 novembre 1944 la casa nella si rifugiarono venne circondata da un distaccamento nazi-fascista. Nel giro di poche ore i suoi compagni furono fucilati, mentre Aroldo venne torturato nella speranza di poter ottenere da lui informazioni vitali circa l’organizzazione partigiana.

Dopo qualche mese di detenzione nel comando di Albinea, fu trasferito nel carcere di San Francesco a Parma. Infine fu trasferito a Bolzano e da qui deportato il 4 febbraio 1945 nel sottocampo di Mauthausen-Gusen, nel quale fu rinchiuso come avversario politico e identificato con il numero 126300, perdendo definitivamente la sua identità di libero cittadino. Morì il 20 aprile del 1945 dopo mesi di maltrattamenti, solo 15 giorni prima della liberazione del sottocampo.

Giulia Zannoni 4D classico

RIFLESSIONI

È per noi motivo di grande orgoglio essere qui oggi alla posa della pietra dedicata ad Aroldo.

C’è stato offerto il privilegio di percorrere le tappe della sua vita grazie ai documenti conservati nell’archivio di ISTORECO.

Abbiamo accolto con interesse la proposta di intraprendere il percorso di scoperta di un uomo coraggioso e impavido, offerta che ci ha permesso di toccare con mano momenti importanti per la città e la storia reggiana, facendoci capire quanta forza e coraggio possedessero persone come Aroldo. Il lavoro si è svolto sia tra le vie della città, scoprendo i luoghi della Resistenza reggiana, sia in archivio e in biblioteca Istoreco, analizzando documenti provenienti anche dalla Germania. È stato un percorso istruttivo, ma anche emozionante che ha aumentato il nostro interesse per gli eroi che hanno combattuto per la nostra libertà in nome dei propri ideali.

Ma eroe in che senso ? 

Eroe, o meglio come noi lo intendiamo, è colui che davanti ai più grandi ostacoli non si arrende, ma continua a lottare per i valori in cui crede e per i quali è disposto a sacrificare tutto, divenendo così modello per la comunità.

Sofia, Christian, Nicole, Giovanni 4D classico

IMMAGINANDO I PENSIERI DI AROLDO: UN TESTO CREATIVO

20 novembre 1944, Castagneto

Nevica.

Tutto è silenzioso, come se il mondo aspettasse la nostra sorte. Mi sento in uno stato di eterna attesa. Al di là delle piccole finestre le montagne ci nascondono, come mura che ci proteggono ma tra cui potremmo rimanere intrappolati per sempre. I compagni del distaccamento Amendola sono la nostra ultima speranza. Non sappiamo quando dovremo agire, combattere, dare la vita per la libertà.

Forse domani vedrò ancora la neve.

17 aprile 1945, Mauthausen

La guerra sembra un qualcosa di lontano quando ti affacci ogni mattina alla finestra e l’unica cosa che vedi è la neve che copre il campo. Sembra quasi di essere al sicuro, anche se condividi la stanza con altre cinquanta persone, tutte ammucchiate, deboli scheletri dagli occhi spenti. Le nostre giornate sono già state decise ancora prima che arrivassimo qui. Si lavora, e parlare, di sera, è l’unica cosa che ti permette di non impazzire: siamo italiani, francesi, polacchi, lingue diverse che pronunciano sempre le stesse parole. E queste parole sono morte, disperazione, ma anche speranza e famiglia. La speranza è ciò che ci lega tutti, speranza che aprano i cancelli e ci facciano uscire. Speranza che esista qualcuno, là fuori, che sia pronto ad affrontare la neve per venirci a prendere. Ogni volta che chiudo gli occhi mi sembra di farlo per l’ultima volta. Mi stanno chiamando, urlano il mio numero, stiamo uscendo. É la mia ultima neve.

23 aprile 1945, Reggio Emilia

Dalle parole della moglie Lidia Pancaldi:

“ soltanto pochi giorni dopo sulle macerie fumanti dell’Europa insanguinata sorgeva l’alba della pace ritornante. La mia bimba ed io, ignare allora dell'accaduto, esultammo fiduciose, ma invano attendemmo il ritorno del nostro Caro “

Veronica Bergonzoni, Anna Chiarabini, Matilde Menozzi, Debora Zanni 4D classico